Grandi bartender: Harry Craddock, il codificatore

Harry Craddock (1876-1963) fu il successore di Ada Coleman all’American Bar del Savoy Hotel di Londra, ma soprattutto colui che riordinò, codificò e sistemò in un manuale tutte le migliori ricette di cocktail elaborate o servite dai bartender del Savoy. Naturalmente dette il rilievo maggiore alle sue ricette, trascurandone molte valide di Ada Coleman e di altri baristi. Il libro in questione è il celeberrimo “The Savoy Cocktail Book”, la cui prima edizione risale al 1930 e che potete leggere qui o scaricare in formato PDF qui. Tra le ricette più celebri la cui paternità è rivendicata da Craddock troviamo White Lady (attribuita anche a Harry MacElhone) e Corpse Reviver #2.

Craddock nacque in una cittadina del Gloucestershire, Stroud, ma appena maggiorenne, nel 1897, se ne andò negli Stati Uniti in cerca di fortuna. In quegli anni la miscelazione negli States stava vivendo un momento d’oro e Harry poté guadagnarsi da vivere e fare esperienza lavorando all’Hollenden Hotel di Cleveland e a New York presso il Knickerbocker Hotel e l’Hoffman House; altre fonti testimoniano anche un passaggio a Chicago. Nel 1918 ottiene la cittadinanza americana; ormai perfettamente integrato, con moglie e figlia, sembra avviato a una carriera e una vita in perfetto american style. Ma il Volstead Act arriva improvviso a guastare tutto: durante il Proibizionismo (1920-1933) il divieto di fabbricazione, vendita e importazione di alcolici diventa un ostacolo insormontabile per il lavoro di molti baristi. Craddock decide di imbarcarsi immediatamente per l’Europa con la famiglia; lavora per un po’ a Bristol e a Liverpool, poi si trasferisce a Londra dove, come abbiamo detto, nel 1825 subentra a Coleman alla guida dell’American Bar del Savoy (dopo un periodo in cui aveva lavorato come aiuto barman proprio al Savoy, potendo tra l’altro affinare le proprie conoscenze osservando la grande bartender dietro al bancone). Craddock, benché nato in Gran Bretagna, fu scelto per la sua bravura e il suo savoir-faire con i clienti, ma anche perché aveva la cittadinanza e – soprattutto – l’accento giusti per dare il giusto tocco di “americanità” all’American Bar dell’Hotel.

In questi anni il locale rimane all’altezza degli anni precedenti e continua a essere frequentato dalle stelle del cinema, dai politici e dagli artisti più celebri dell’epoca. Craddock diventa un personaggio celebre e riconosciuto, anche grazie alla sua abilità di comunicatore: un modo che seppe trovare per attirare l’attenzione della stampa fu per esempio quello di murare fialette dei suoi cocktail nelle pareti del bar, alla presenza di giornalisti appositamente convocati.

Negli ultimi anni si trasferì al bar dell’Hotel Dorchester, molto in voga negli anni Trenta e, prima di ritirarsi, a quello del Brown’s Hotel, entrambi sempre a Londra.

Prima di queste tappe, però, fu artefice di un’altra importante iniziativa: insieme a W. J. Tarling fondò la United Kingdom Bartenders’ Guild, che insieme all’italiana A.I.B.E.S. e ad altre 5 associazioni nazionali dette vita all’I.B.A., l’associazione internazionale dei bartender ancora oggi protagonista della miscelazione mondiale (per saperne di più leggi il nostro articolo).

Nonostante il lavoro e la celebrità (e anche perché non riuscì a ottenere nessuna percentuale sui ricavi del manuale), al momento della morte nel 1963 fu sepolto in un cimitero per poveri.